Un poeta medievale ha anticipato Albert Einstein? Un'analisi di come l'ultimo canto della Divina Commedia abbia superato le immagini religiose tradizionali, utilizzando la luce, la geometria pura e i paradossi spaziali per intuire le leggi della fisica moderna.
Por Fernando Cabrera
Il finale della Divina Commedia di Dante
Alighieri, nello specifico il Canto Trentatreesimo del Paradiso, rappresenta
una delle vette più alte della letteratura universale. In questo tratto del
viaggio, il poeta fiorentino si confronta con la sfida di descrivere la visione
diretta di Dio. Spogliandosi delle immagini umane e antropomorfiche
tradizionali della sua epoca, Dante non solo ci ha tramandato un gioiello di
teologia mística, ma ha strutturato metafore che coincidono in modo
sorprendente con i principi fondamentali della fisica moderna e della
cosiddetta poesia quantistica.
La poesia quantistica è una corrente estetica
che rompe con la logica comune per esplorare realtà invisibili, stati di
simultaneità e la profonda interconnessione di tutto ciò che esiste. Sebbene
Dante abbia scritto nel quattordicesimo secolo, il modo in cui descrive
l'assoluto prescinde dalla materia e la sostituisce con relazioni di luce e
geometria pura. È proprio lì che il poema medievale e la scienza d'avanguardia
si stringono la mano.
Nei versi dall'ottantacinque al novanta di
questo incontro, Dante guarda il fondo della Luce Divina e racconta di aver
visto tutto ciò che è disperso per il cosmo unito e legato in un unico volume
per puro amore. Descrive che le sostanze, gli accidenti e le loro proprietà si
trovavano fusi insieme in modo tale che tutto formava una sola e semplice luce.
Per la fisica classica successiva, l'universo funzionava como una macchina
composta da parti isolate e indipendenti. Dante, al contrario, intuisce una totalità
in cui la separazione è un'illusione. Questa idea per cui le cose lontane fanno
parte di uno stesso sistema indivisibile si avvicina al principio quantistico
dell'entanglement, il quale dimostra che due particelle possono essere
intimamente connesse a prescindere dalla distanza astronomica che le separi.
Lo stupore geometrico prosegue nei versi dal
centoquindici al centoventi, quando il poeta tenta di descrivere la Santissima
Trinità. Non vede un trono celeste con figure corporee, bensì tre cerchi di tre
colori diversi ma di una stessa dimensione. L'aspetto affascinante è che questi
tre cerchi occupano esattamente lo stesso spazio senza ostacolarsi,
riflettendosi l'uno nell'altro. In un celebre studio pubblicato sulla rivista
specializzata American Journal of Physics, il fisico Mark Peterson ha dimostrato
matematicamente che la struttura del Paradiso di Dante non segue le regole
della geometria piana tradicional, ma anticipa le proprietà di un'ipersfera o
spazio a quattro dimensioni, lo stesso modello che Albert Einstein utilizzò
secoli dopo per la sua teoria della Relatività Generale. Dal punto di vista
della fisica subatomica, il fatto che molteplici realtà coesistano in uno
stesso punto senza escludersi ricorda il principio di sovrapposizione
quantistica, in cui un sistema può trovarsi in più stati contemporaneamente.
Il nodo della visione si compie nei versi dal
centotrenta al centotrentacinque, quando Dante fissa lo sguardo sul secondo
cerchio e percepisce al suo interno l'effige umana dipinta con lo stesso colore
della luce. Il poeta confessa di sentirsi come un geometra che tenta di
risolvere la quadratura del cerchio, poiché la sua mente razionale non riesce a
comprendere come l'infinito e il finito possano fondersi nello stesso luogo.
Questa paradosso di due nature opposte che convivono in una sola entità è identico
alla dualità onda-particella della fisica moderna, la quale stabilisce che la
luce può comportarsi come un'onda continua o come una particella delimitata a
seconda di come venga misurata.
Secoli dopo, altri poeti affascinati dalla
scienza hanno ereditato queste stesse encrucijade concettuali per tentare di
nominare l'invisibile. Nel ventesimo secolo, autori come il messicano Octavio
Paz o l'argentino Jorge Luis Borges hanno rifermentato questi paradossi
utilizzando un linguaggio direttamente influenzato dalla crisi della fisica
classica. Octavio Paz ha esplorato l'indeterminazione attraverso la parola
poetica in opere come Blanco, un poema progettato per essere letto in
molteplici modi simultanei, imitando uno stato quantistico in cui il
significato finale cambia a seconda del percorso scelto dal lettore. Borges, da
parte sua, ha plasmato in El Aleph un oggetto che è un riflesso esatto del Dio
geometrico dantesco: un punto nello spazio che contiene, senza sovrapporsi,
tutti i punti dell'universo abitati dal tempo, un'intelligente intuizione della
non-località spaziale.
Persino poeti e saggisti del ventesimo secolo
hanno affrontato il problema dell'osservatore. Nella fisica d'avanguardia, il
principio di indeterminatezza di Werner Heisenberg stabilisce che l'atto di
misurare o guardare un fenomeno modifica inevitabilmente il suo stato
fondamentale, distruggendo la vecchia nozione di una realtà oggettiva e
inalterabile. La lirica moderna ha assunto che la poesia non sia un quadro
statico, ma un sistema dinamico che collassa e prende vita solo quando qualcuno
lo legge. Il finale della Divina Commedia anticipa questo processo di
partecipazione assoluta. Il viaggio di Dante non si conclude con una deduzione
logica né con una spiegazione passo dopo passo. Nei versi finali, l'autore
avverte che alla sua alta fantasia mancarono le forze, ma in quell'istante la
sua mente fu colpita da un fulgore di luce che trasformò il suo interno. Questo
epilogo funziona come un vero e proprio salto quantico della coscienza: il
Dante osservatore smette di essere esterno all'esperimento e si fonde con
l'oggetto osservato, lasciando la sua volontà e il suo desiderio in perfetta
sintonia con l'amor che move il sole e l'altre stelle.
Dante Alighieri non disponeva di telescopi
moderni, acceleratori di particelle né equazioni complesse, ma possedeva il
rigore della poesia. Utilizzando l'astrazione geometrica e la luce per narrare
l'assoluto, ha dimostrato che la grande letteratura è capace di anticipare i
tempi e intuire in forma puramente estetica le leggi più profonde e misteriose
che sorreggono la struttura dell'universo.
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Bibliografia
scelta
Alighieri, Dante. Divina Commedia: Paradiso. A cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi.
Milano: Mondadori.
Borges, Jorge Luis. L'Aleph. Traduzione di Francesco Tentori Montalto. Milano: Adelphi.
(Si vedano anche i saggi danteschi in Nove saggi danteschi).
Paz, Octavio. Blanco. Traduzione di Ernesto Franco. Milano: Garzanti. (Si veda
anche il saggio L'arco e la lira sulla natura del linguaggio poetico).
Peterson, Mark A. "Dante and the 3-sphere". American Journal of Physics, vol. 47,
no. 12, pp. 1031–1035. (Studio
accademico pionieristico sulla geometria non euclidea nell'opera di Dante).
Ossola, Carlo. Introduzione al Paradiso di Dante. Firenze: Olschki. (Analisi
letteraria sull'ineffabilità e l'astrazione luminosa nel Canto 33).
